suono e silenzio: un esperimento in camera anecoica

Essere o non essere?

Ogni tecnico del suono si cimenta quotidianamente nella gestione degli aspetti più evidenti del suono. E’ sufficiente sfiorare un tasto di un controller, che un musicista tocchi appena il suo strumento, o che un relatore prenda il mano il microfono. Ecco che comincia una battaglia (o una danza, a seconda dei casi) senza esclusione di colpi per domare la risposta in frequenza, l’intensità, la fase, etc.

Per tenere sotto controllo tutti questi elementi spesso ci si dimentica di quanto sia importante trattare adeguatamente anche ciò che non è percettibile. Infatti, un ingrediente imprescindibile del suono è proprio il suo lato oscuro, la sua antitesi, il suo non-essere: il silenzio.

Il silenzio ha senza dubbio un valore fondamentale in ogni tipo di produzione sonora. Si fa sentire in natura, nelle emissioni artificiali, nel ritmo delle voci che costituiscono la nostra esperienza quotidiana, nel mix perfetto del nostro disco preferito. Per questo è abbastanza ironico che sia un argomento del quale invece si parla poco. Sottovalutarne l’importanza significa commettere un grave errore!

Infatti, quasi tutte le lingue del mondo danno al silenzio un peso determinante per rendere più comprensibile, o addirittura svelare il vero significato delle parole pronunciate a voce. E’ abbastanza semplice rendersi conto di quanto quanto questo elemento, spesso poco considerato, sia fondamentale per la comunicazione.

Per valutare meglio la sua importanza, basta pensare che ogni linguaggio più o meno evoluto ha la necessità di scrivere e descrivere il silenzio in maniera appropriata.  Infatti, perché un messaggio sia effettivamente comprensibile, occorre che siano chiare durata, intensità, intenzione dei silenzi fra le parole, i rumori, le note. E’ questo il senso della punteggiatura, delle pause nelle notazioni musicali, del ritmo di una percussione. Portando il discorso all’estremo, qualcuno ha detto che il senso della stessa vita sta nel silenzio tra due pulsazioni del cuore.

Il silenzio assoluto

Il silenzio è quindi l’espressione più essenziale e pura del tempo. Attraversa lo spazio acustico in stretta connessione con la sua antitesi, il rumore.  La loro alternanza stabilisce il flusso vitale di un oggetto sonoro e ne determina l’equilibrio all’interno della nostra percezione uditiva. Ma il ruolo del silenzio in questa sorta di passo a due, è persino più cruciale. Infatti prepara il sistema orecchio-cervello al prossimo suono. Il silenzio è una dimensione sonora necessaria ai fini del suono stesso.

Un essere umano non sperimenterà mai, in condizioni naturali, il silenzio assoluto, la totale assenza di suono. Infatti, in qualunque luogo esso si trovi, sarà costantemente immerso nel suono o nel rumore, a seconda di come lo si voglia considerare. Una persona, per il solo fatto di essere viva, interagisce con l’ambiente scambiando con esso suoni, anche se sono così deboli da risultare impercettibili. Può trattarsi di vibrazioni residue dell’aria prodotte da eventi distanti nel tempo e nello spazio, o semplicemente dello scorrere dei fluidi organici all’interno dei vasi sanguigni o linfatici. Inoltre, all’analisi dei fatti, percepire una totale assenza di suoni, oltre ad essere un evento irrealizzabile in natura, è anche un’esperienza abbastanza spiacevole.

Il suono e lo spazio

Infatti il sistema orecchio-cervello scambia costantemente ed in maniera automatica molte informazioni sulla propagazione suono nello spazio circostante. Utilizza questi dati per disegnare una vera e propria mappa mentale indispensabile per interagire efficacemente con l’ambiente. La corretta percezione ed interpretazione di questi dati influisce in maniera sensibile sul alcune funzioni fondamentali come orientamento, equilibrio, coordinazione dei movimenti.

A riprova di questo, sono stati effettuati alcuni esperimenti in camera anecoica, un ambiente acustico molto particolare, completamente isolato ed insonorizzato. Una stanza di questo tipo è realizzata in modo che non possa penetrare alcun rumore dall’esterno. Inoltre, fra le sue pareti opportunamente trattate, a causa dell’assenza totale del benché minimo riverbero, non si possono nemmeno propagare correttamente i suoni prodotti al suo interno. La massima permanenza sopportabile in un ambiente come questo è di 45 minuti, durante i quali cominciano comunque a registrarsi alcune alterazioni dell’equilibrio sia fisiologico, sia psicologico.

Allo stesso modo, si può definire l’utero materno un luogo sonoro in cui il feto, fin dalle prime settimane di vita, comincia ad utilizzare le informazioni percepite dall’alternanza rumore-silenzio. I primi elementi ad essere analizzati sono innanzitutto il ritmo della voce e del battito cardiaco della madre. Successivamente, con la graduale differenziazione del canale uditivo, comincia a svilupparsi il senso della dimensione fisica ed ambientale dello spazio circostante. In questa fase il feto ascolta i suoni esterni e li mette in relazione al silenzio in cui sono immersi. Numerosi esperimenti dimostrano come l’intensità ed il ritmo di suoni e silenzio percepiti durante la gravidanza siano determinanti per il corretto sviluppo del feto. Infatti influenzano le sue facoltà sensoriali, le sue caratteristiche psicologiche ed il suo impianto emozionale.

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Un punto di partenza

Ogni fonico che cerchi di cogliere la vera essenza del proprio lavoro si accorge ben presto che, oltre ai suoni, dovrà prendere in buona considerazione anche quello che suono non è, per l’appunto, il silenzio.  In realtà, anche se può sembrare un controsenso, o addirittura un aforisma, è appropriato dire che il silenzio, per un tecnico del suono è il punto di partenza.

Infatti, il silenzio rappresenta quella trama invisibile sulla quale ogni volta viene scritta una storia sonora diversa. Le maglie di questa trama scandiscono il ritmo con cui il fonico, un istante prima che il suono accada, ne decide inizio, evoluzione e fine, che sia una conferenza, un set cinematografico o un’esibizione musicale. E’ il requisito iniziale ed indispensabile: ogni progetto sonoro affonda le sue radici negli istanti di quiete che precedono il fenomeno acustico, si sviluppa in un’alternanza sempre diversa di suono e silenzio, muore ritornando allo stato di quiete iniziale. E proprio in questo istante,  il ciclo ricomincia.

Prova a (ri)prendermi!

Una considerazione puramente tecnica potrebbe riguardare la progressiva complessità di un’adeguata ripresa microfonica di un suono, quanto più questo si avvicini al silenzio. Infatti, proprio quando i decibel della sorgente cominciano a scarseggiare, ci si accorge di quanto sia importante saper padroneggiare il silenzio che diventa preponderante in quella porzione di suono. Se non si è sufficientemente preparati, ci si può trovare spiazzati: preamplificatori, equalizzatori, effetti… si comportano diversamente quando nella traccia c’è più silenzio che suono.

Per questo,  in fase di elaborazione del segnale, è importante adottare un approccio tecnico che dedichi la  massima cura anche al trattamento del non-suono. Contemporaneamente, dal punto di vista personale, per comprendere il fenomeno acustico nella sua interezza, occorre dedicare al silenzio la stessa attenzione riservata al suono. Per la stessa ragione, un fonico dovrebbe avere molto rispetto del silenzio come presupposto emozionale interiore, e cercare di ricreare con cura questa condizione anche nel suo ambiente di lavoro.

Il silenzio che non c’è

Il silenzio è il non-suono, l’assenza di vibrazione, è un vuoto che possiamo decidere di abitare, esplorare, ascoltare.  La maggior parte delle volte invece, associamo al silenzio una spiacevole sensazione di mancanza,  che cerchiamo di superare seguendo la strada più facile: riempirlo con una scelta quasi casuale di musica, suoni e rumori. In tanti casi questa viene percepita come una vera e propria necessità.

Questo accade perché, per tenere il passo con una società sempre più accelerata, confusa, rumorosa, ci stiamo progressivamente disabituando all’ascolto di noi stessi e dei nostri meccanismi interiori. Stiamo distogliendo sempre più la nostra attenzione da ciò che è dentro di noi, per portarla  fuori. Per questo siamo portati a riempire il silenzio in qualunque luogo ci troviamo, e qualunque cosa facciamo. Accendiamo l’autoradio sia da soli, sia in compagnia, scegliamo un canale TV a caso come sottofondo quando ci mettiamo al PC, ci isoliamo con gli auricolari sul tram, o durante una passeggiata.

Questo comportamento a lungo andare si dimostra deleterio per chiunque, e a maggior ragione per chi ha deciso di fare del suono il fulcro della propria attività e di conseguenza, della propria vita. Infatti un buon fonico, ancor prima di avere dimestichezza con i suoni, dovrebbe sentirsi a proprio agio con il silenzio. Inoltre, anche dal punto di vista puramente tecnico, è ben nota l’importanza di intervallare le sessioni di lavoro con delle pause silenziose. Infatti, concedere una tregua ai propri timpani aiuta a ristabilire alcuni equilibri meccanici del sistema orecchio-cervello che influenzano profondamente la percezione sonora.

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Il contrasto

Specialmente nelle applicazioni musicali, il silenzio svolge una funzione preziosissima, ma spesso sottovalutata: agisce come mezzo di contrasto. Infatti in un programma, che sia un mix in studio, un’esibizione dal vivo, etc., in cui i momenti di suono e non-suono siano in equilibrio, ogni pausa mette in evidenza la nota o il gruppo di note che seguono. Invece all’interno di un ambiente saturo di suoni, ognuno di essi limita capacità dell’ascoltatore di percepire in maniera appropriata il successivo.

Inoltre, l’esposizione prolungata a pressioni sonore di un certo livello, anche quando rispetti i limiti considerati dannosi, innalza la soglia oltre la quale si verifica una risposta emotiva agli stimoli uditivi. In altre parole, la musica viene percepita in maniera meno coinvolgente. Al contrario, l’assenza di suono, comporta un’aspettativa che è più facile soddisfare. Contrastando la musica col silenzio, il musicista opera esattamente entro questi canoni.

“Contrasto, assolutamente. Questa è una delle cose che devi capire sul silenzio. Il silenzio è assimilabile ad ogni altra percezione sensoriale, che si tratti di vista, gusto, tatto, suono o qualsiasi altra. Se gli organi deputati a queste funzioni sono stimolati ad un certo livello, risultano meno sensibili ad una stimolazione più leggera. Quindi questo è un esempio perfetto. Se stiamo per introdurre un personaggio, e in questo caso il “suono” è un personaggio a tutti gli effetti, non vogliamo che la sensibilità uditiva delle persone si spenga prima dell’introduzione. “

[Alan Silvestri, direttore d’orchestra statunitense e compositore di colonne sonore cinematografiche di pellicole di successo, tra cui Avengers’ Endgame. – “Complete Guide to Film Scoring – The Art and Business of Writing Music for Movies and TV“, Richard Davis, 1999 Berklee Press]

La tensione

Un’altra applicazione fondamentale del silenzio in musica, riguarda il suo utilizzo per creare tensione. L’esperienza insegna che la sospensione di alcune note, legate attraverso determinati intervalli all’armonia in cui sono inserite, genera nell’ascoltatore una vera e propria aspettativa emozionale nei confronti del programma sonoro. Si potrebbe quasi dire che facciano nascere il desiderio di ascoltare una determinata risoluzione della scala o dell’accordo ai quali quella nota appartiene. I compositori sanno bene che mantenere quelle particolari note per un certo tempo, nel silenzio, provoca un effetto detto tensivo.

Naturalmente, le caratteristiche di questo effetto, e la costruzione armonica necessaria per crearlo,  cambiano radicalmente in relazione all’area culturale di appartenenza. Infatti i sistemi musicali adottati nelle varie regioni del mondo possono presentare architetture anche molto diverse tra loro: ad esempio nel sistema indiano gli intervalli tra le note sono caratterizzati da suddivisioni che vanno oltre il tono e il semitono.

Questo significa che i meccanismi che generano un certo tipo di reazione ad esempio nel mondo occidentale, dall’altra parte del mondo potrebbero essere percepiti anche molto diversamente, e quindi avere un effetto profondamente diverso. Questa stessa differenza si può registrare per fasce d’età, livello di emancipazione socio-culturale, ed altri parametri. Infatti, anche se le funzioni di contrasto e tensione hanno un riscontro  quasi universale, in tanti casi l’approccio al silenzio assume caratteri più creativi che tecnici, svincolandosi molto spesso da regole e teoremi. Per questo, fra tutte le indagini di natura musicale, quella del silenzio si rivela spesso come la più soggettiva, intima e personale.


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